
Un talento d’architetto al servizio della riproduzione iperrealistica di macchine: trattori anteguerra, scavatrici, magli, gru, vecchissimi bolidi da corsa – persino la mitica Rosengart del 1929 - cremagliere, motori, particolari di ingranaggi, ruote dentate, catene, tubi, lamiere, bulloni, tiranti metallici, lastre accartocciate, pezzi in ghisa complessi e insostituibili, cesellati come oggetti d’oreficeria.
A volte si tratta d’intere fabbriche dismesse: le ex cartiere di Verona, i Mercati Ortofrutticoli o la Stazione frigorifera in Zai, monumenti di un passato vicino, già materia d’archeologia industriale.
Queste “figure” s’accampano, con piena dignità di soggetto, nelle opere di Gianfranco Gentile. Non usa tele come supporti, l’architetto musicista, artista ad n-dimensioni, ma cartoni da imballaggio, segnati da graffe e piegature, distesi nella loro precarietà di materiale povero ad accogliere il segno pulito, preciso, amoroso, da virtuoso del disegno.
Nitide forme tridimensionali, rese in tutta la loro rugginosa bellezza, avvolte nel fascino della patina del tempo, resa a pastello nei colori di terre e ocre, le “macchine” di Gentile spiccano tridimensionalmente incise sul cartone che lascia emergere come fondo chiaroscurale e soffice la sua anima ondulata. Nostalgia di un tempo in cui la tecnica appariva alleata dell’uomo, da lui dominata, e non prevaricatrice: questa l’atmosfera della mostra nel Consorzio Studi Professionali Riuniti di Via Isonzo 11 cui s’accede, privilegio aperto a tutti, per appuntamento.
Elisabetta Bovo
Giornalista, storica, critica d'arte
Archivio news